se vi raccontassi della mia metamorfosi???

da circa due mesi vivo a Catania, lavoro e vivo in una splendida azienda agricola biologica, e quindi non ho la possibilità di aggiornare questo blog con le mie osservazioni sulla MIA terra. osservazioni dirette di metamorfosi del territorio.
ma mi dispiace far morire questo blog, così sto pensando di trasformarlo, non so precisamente in cosa. mi piacerebbe raccontare della mia metamorfosi, del mio percorso di vita, o forse di ciò che leggo del posto in cui vivo ora.
vedremo!
per ora so solo che aggiornerò più spesso questa pagina

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ve l’ho detto? ho deciso di partire

sono emigrata, verso sud.

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compost nelle cave???

RIFIUTI. Adottato in Campania un disciplinare che permette l’utilizzo del “compost fuori specifica” come copertura delle discariche.

tratto da http://www.terranews.it/news/2011/08/cave-dalla-regione-nulla-di-nuovo
di Francesco Iacotucci

Leggendo i Burc estivi della regione Campania si scopre che è stato adottato il “disciplinare tecnico per l’utilizzo del biostabilizzato ottenuto dal processo di stabilizzazione delle matrici organiche dei rifiuti.” Come si legge dall’allegato, il presente disciplinare definisce le condizioni tecniche (di processo e di composizione) per l’utilizzazione, quale materiale di copertura delle discariche, del compost fuori specifica (codice CER 19 05 03) ottenuto dal processo di trito vagliatura del rifiuto urbano indifferenziato e successiva stabilizzazione aerobica della frazione prevalentemente umida. Nel prosieguo vengono elencate le specifiche tecniche secondo cui tale sostanza può essere utilizzata come materiale di copertura giornaliera o superficiale finale delle discariche. Questo disciplinare era stato richiesto anche per valutare la possibilità di utilizzare questo materiale come riempimento di cave. Su questa strada, difatti, si sta muovendo la Provincia di Napoli ed il commissario Vardè.

L’ipotesi paventata è proprio quella di individuare cave, soprattutto nella provincia di Napoli, da finalizzare allo smaltimento di questa frazione biostabilizzata. Dalle colonne di questo giornale già è stato più volte affrontato il tema dell’uso delle cave per smaltimento di rifiuti stabilizzati, sottolineando che non era possibile l’uso del “compost fuori specifica” per riempire cave senza ulteriori accorgimenti e si è evidenziato come gli studi precedenti avessessero già concluso che tale materiale può essere usato per risagomare cave dismesse solo previa miscelazione con altri inerti e per spessori non superiori ai 50/60 cm.

Il disciplinare tecnico non approfondisce il tema lasciando solo la seguente frase: «Il biostabilizzato prodotto secondo le modalità previste nel disciplinare può essere utilizzato per ilriempimento di cave da attrezzarsi come discariche secondo la normativa vigente, per tendere alla preesistente morfologia di cava». Quindi si parla di vere e proprie discariche. In tal senso non si è fatto alcun passo in avanti, se non specificare che si intende fare discariche per compost fuori specifica e non più discariche per tal quale, ma questo la normativa di per sé già lo impone da tempo. Va sottolineato infine che la produzione del “compost fuori specifica” ad oggi avviene per piccole quantità solo a Tufino, e quindi questo disciplinare non è ancora pienamente attuabile. Sullo sfondo rimane la progettazione del futuro del ciclo dei rifiuti campano da parte della Regione e delle Province, di cui, oltre le polemiche estive, ben poco si è visto. In questi giorni, in cui non solo la Provincia di Napoli è in difficoltà, bisognerebbe mettere da parte le polemiche ed incentivare i progetti di incremento di raccolta differenziata o di impiantistica intermedia.

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la pessima economica della finta emergenza

A Napoli l’emergenza rifiuti coinvolge anche i turisti. Capita così che un gruppo di economisti italiani e stranieri, in città per un convegno, mi abbiano chiesto di spiegare loro “le ragioni” dell’emergenza rifiuti. Con l’aiuto di Nunzia Lombardi, attivista del Comitato allarme rifiuti tossici, e Franco Spinelli, fotografo e “sentinella”, abbiamo ideato lo SpazzaTour (riprendendo un’analoga iniziativa che ManiTese Campania realizzò un paio di anni or sono), un seminario di formazione itinerante nelle ex Campania Felix e Terra di Lavoro. Con immenso stupore i nostri ospiti hanno scoperto, tra rigogliosi filari di vite e frutteti carichi di pesche, lo scempio dei Regi lagni, sversatorio di ogni tipo di rifiuto tossico e la vergogna delle discariche di Stato malfunzionati, tra i Comuni di San Tammaro e Casaluce. E poi la deliziosa Regia di Carditello, recentemente ristrutturata e già in stato di vergognoso abbandono e chiusa al pubblico. In ogni caso: cattiva, pessima economia, un ingente uso di risorse pubbliche fine a se stesso, per pagare stipendi, far girare soldi, ma NON per risolvere i due problemi (quello della bonificia dei siti invasi dai rifiuti tossici e quello dei rifiuti urbani di Napoli) e creare le condizioni per lo sviluppo. Mi hanno chiesto il costo dell’emergenza ed ho citato un po’ di cifre a memoria cercando di spiegare quanto quei soldi fossero stati malamente spesi in 15 anni. Forse sarebbe bastato citare loro questo passo della Corte dei Conti: “..Nel corso dell’intero periodo emergenziale, le Strutture commissariali hanno gestito circa 2 miliardi di euro, oltre la metà dei quali provenienti da assegnazioni statali. I proventi da tariffa di conferimento hanno inciso in misura di poco inferiore al 30%, mentre, per la parte rimanente, trattasi, per lo più, di risorse di provenienza regionale. Quanto alle spese erogate, i costi di funzionamento delle strutture commissariali hanno assorbito circa il 13% delle risorse complessive (di cui il 20% per emolumenti al personale ed il resto per acquisizione di servizi). I contributi per il personale LSU assegnato ai Consorzi di Bacino per incentivare la raccolta differenziata hanno, invece, rappresentato poco meno di un quarto delle spese totali, al pari degli interventi infrastrutturali realizzati per allestire gli impianti di supporto al sistema. Delle restanti voci di spesa, le più significative riguardano, nell’ordine, la remunerazione dei servizi di trattamento e smaltimento effettuati da FIBE s.p.a. (con priorità per le spettanze del relativo personale), i costi di gestione delle discariche comunali e consortili, le spese sostenute dai vari Commissari ad acta nominati per sostituire gli organi inadempienti e, soprattutto, i costi per il trasferimento dei rifiuti fuori Regione (di cui i soli costi di trasporto superano i 150 milioni di euro) (fonte: Corte dei Conti – sezione regionale di controllo per la Campania “La gestione dell’ emergenza rifiuti in Campania” – 28 settembre 2010, pag 100).

Viene da chiedersi: se quasi tutto è stato speso in stipendi, affitto delle sedi, ecc., dove sono i soldi delle bonifiche, necessari a ripulire decine di chilometri di canali e milioni di metri cubi di terreni agricoli? Ma la vera domanda da porsi è: quanto è davvero costata l’emergenza rifiuti e quanto ancora costerà. Chi sa fare beni i conti, gli economisti che non fanno solo il conto della serva, vi direbbe che nel costo totale andrebbero aggiunte le spese sanitarie per curare chi si è ammalato di cancro a causa dei rifiuti tossici; e la perdita di valore del settore agro-alimentare; e la “desertificazione” di migliaia di ettari incapaci di produrre altro se non veleno; e la non balneabilità del litorale domizio; l’abbandono di centinaia di siti storici e archeologici; la cattiva reputazione turistica, e l’emigrazione di migliaia di giovani. E ancora: quanto costa all’economia legale il continuo rafforzamento della criminalità organizzata che da questa vicenda continua a trarre da decenni profitti immensi? e quanto la mancanza di fiducia dei cittadini nelle istituzioni locali e nazionali, che è un capitale veramente indispensabile a un sitema di buon governo? Cos’altro ancora si può aggiungere? Se volessero (perchè di volontà si tratta) fare i calcoli seriamente, da economisti e non da ragionieri, a mettere nell’analisi costi benefici i reali costi dell’inquinamento, ci si accorgerebbe che tutelare i territori, la loro vocazione agricola, i loro patrimoni materiali e immateriali, e rispettare il lavoro e i valori della gente onesta, varrebbe qualsiasi investimento, che sarebbe ripagato. E invece, a posto di mostrare fieri ai turisti gli affreschi di Philip Hackert nella Reggia di Carditello ci siamo ridotti a farci il sangue amaro con lo SpazzaTour!

di A. Corbino, http://labuonaeconomia.wordpress.com/2011/07/14/la-pessima-economia-della-finta-emergenza-rifiuti/

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Processo Impregilo: false ecoballe? ecco come diventavano a norma

L’ex funzionario Mogavero rivela come il materiale non a norma veniva riclassificato e avviato alla termovalorizzazione. Cambiando i codici e sprecando fondi pubblici.
Bruno Mogavero, ex funzionario del ministero delle Infrastrutture di Salerno, è un uomo straordinariamente generoso. Quando nel 2005 l’ex commissario di governo per l’emergenza rifiuti in Campania, Corrado Catenacci, gli propone di accettare la nomina di sub commissario risponde prontamente alla chiamata alle armi: serviva un uomo che avesse competenze in materia di gestione di appalti pubblici, e Mogavero sentiva di essere l’uomo giusto. Il 3 marzo 2005 arriva la nomina, con la prospettiva di gestire i lavori di adeguamento degli impianti di trattamento dei rifiuti urbani indifferenziati, conosciuti come “impianti Cdr”. Costruiti tra il 2001 e il 2003 dal gruppo Fibe-Impregilo, avrebbero dovuto produrre due materiali: la Fos, frazione organica stabilizzata da smaltire in discarica senza inquinare, e il Cdr, combustibile derivato dai rifiuti da bruciare negli inceneritori con recupero energetico, lautamente pagato attraverso i contributi pubblici Cip6.

Nel 2004 arriva la scoperta della magistratura: gli impianti non producono nessuno dei due materiali ma solo rifiuti rimescolati. Un particolare sottovalutato dal sub commissario Mogavero, imputato all’interno del processo Romiti-Impregilo in compagnia di altre 28 persone fisiche e giuridiche. L’ex sub commissario, oggi in pensione, è comparso davanti ai magistrati l’11 maggio scorso, chiamato a rendere conto di un’ordinanza, firmata il 7 marzo 2005. Nel provvedimento autorizzava lo stoccaggio delle “ecoballe” nelle piazzole limitrofe agli impianti. Con un piccolo problema: le ecoballe che non erano più il Cdr, classificato con il codice 19.12.10, previsto dal contratto tra Fibe e il Commissariato ma un materiale fuori norma, riclassificato con un codice diverso. Impossibile da bruciare senza violare il contratto. Il 7 marzo 2005, racconta Mogavero, ad appena 3 giorni dal suo insediamento, sul far della sera riceve la visita di due funzionari della struttura commissariale, entrambi imputati nel processo: Claudio De Biasio e Giuseppe Sorace.

I due ricoprivano il ruolo di Rup (Responsabile unico di procedimento) presso la struttura. In particolare Giuseppe Sorace (dichiarato con una perizia psichiatrica inabile a sostenere il processo) era responsabile del termovalorizzatore di Acerra. «I due Rup», racconta Mogavero «mi dissero che a causa del cambio di codice delle balle era urgentissimo adottare un provvedimento straordinario per autorizzarne lo stoccaggio. Altrimenti gli impianti si sarebbero intasati, impedendo l’ingresso di nuovi rifiuti e provocando un’emergenza per le strade». La soluzione, quindi, era consentire anche per le balle fuori norma il deposito precedentemente autorizzato per il Cdr. Dopo alcune perplessità, l’ordinanza è pronta: la munnezza va tolta dalle strade, costi quel che costi. Soprattutto se a pagare è il pubblico e non la Fibe. «Come mai – ha chiesto il pm Giuseppe Noviello – pur sapendo che quello non era Cdr a norma ne ha autorizzato il deposito finalizzato alla termovalorizzazione con recupero energetico, e non allo smaltimento?» «Bisognava togliere i rifiuti dalle strade – ha risposto Mogavero – le discariche scarseggiavano e lo smaltimento fuori regione sarebbe venuto a costare una cifra esorbitante». Una strana preoccupazione, hanno sottolineato i pm, dato che i costi dello smaltimento dovevano essere a carico di Fibe e non del pubblico. «Non avevo il sentore di aver prodotto un atto illegittimo» ha risposto Mogavero. E poi, se si possono far risparmiare un po’ di soldi che c’è di male? Tanto, a pagare, sono sempre i cittadini.
(Anna Fava, Terra)

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chiesto il rinvio a giudizio per epidemia colposa

15:07 08 APR 2011

(AGI) – Napoli, 8 apr. – C’e’ il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino, l’ex prefetto di Napoli ed ex commissario straordinario per l’emergenza rifiuti Alessandro Panza, l’ex presidente della Regione Campania, Antonio Bassolino, tra le 30 persone per le quali la procura di Napoli ha chiesto il rinvio a giudizio per epidemia colposa e abuso d’ufficio per eventi legati alla crisi nella raccolta rifiuti in citta’ nel 2008.
Anche altri sindaci della provincia sono coinvolti in questa inchiesta che nasce da denunce di cittadini. Sara’ il gup Raffaele Piccirillo a occuparsi del procedimento. Per altre 5 persone coinvolte nella stessa indagine la procura ha invece disposto lo stralcio. I primi cittadini, in particolare, sono ritenuti dai pm responsabili per aver consentito la permanenza di cumuli di rifiuti in strada. L’inchiesta si basa anche su analisi dell’Arpac, agenzia regionale di protezione dell’ambiente.

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Il percolato in mare per bloccare i clan

Corrado Catenacci: «Il percolato in mare per bloccare i clan». Meglio in mare che nelle mani della camorra e della ‘ndrangheta. Il percolato delle discariche campane faceva gola ai clan e costava troppo allo Stato.

Liberainformazione – Per questo, a partire dal 2006, il Commissariato di governo decide di bloccare lo smaltimento fuori regione e trattare i reflui nei depuratori campani, anche se erano o non adatti o non funzionanti. È la spiegazione che ha dato alla Commissione Ecomafia Corrado Catenacci, allora commissario per l’emergenza rifiuti in Campania, arrestato a febbraio nell’ambito dell’inchiesta “Marea Nera”. Nel corso di dell’audizione parlamentare, l’ex prefetto ha fornito la sua versione dei fatti sulla vicenda del percolato a mare.

La strategia difensiva dell’ex Commissario ruota tutta intorno a un’affermazione: «Non avevo la minima idea che i depuratori campani non funzionassero». O meglio, «Da napoletano sapevo, forse immaginavo che quegli impianti non fossero esattamente un modello, nessuno però mi ha mai detto che i depuratori fossero del tutto non funzionanti». La tentazione dello scaricabarile è forte. Catenacci chiama più volte in causa l’ex presidente Bassolino: «Era il commissario per le bonifiche e i depuratori, io non c’entro nulla».

Una giustificazione che però vale solo in parte. Spettava infatti comunque all’ex prefetto la competenza sul percolato: era lui a decidere in quali impianti mandarlo, come smaltirlo, a chi farlo gestire. Catenacci chiama in causa i suoi tecnici: «Io non ho mai firmato nulla. Di questa questione si occupavano il coordinatore Michele Greco e i subcommissari De Biasio (coinvolto nelle indagini insieme a Greco, ndr) e Sorace». Sia chiaro, però: su di loro nessun ombra. Nel suo staff, spiega Catenacci, c’erano carabinieri, finanzieri, ex prefetti e tecnici super-esperti, che mai avrebbero potuto decidere di sversare il percolato tossico in mare. «Nessuna infiltrazione della camorra all’interno del Commissariato, ci metto la mano sul fuoco», è la risposta dell’ex commissario a una domanda di Alessandro Bratti del Pd (il più preparato tra i presenti; il deputato campano del Pdl Gennaro Coronella è intervenuto più volte durante la seduta parlando di “pergolato” e non di percolato).

Eppure proprio Claudio De Biasio è stato coinvolto in un’inchiesta per concorso esterno per associazione mafiosa: prima di approdare al Commissariato era infatti stato direttore generale del Consorzio Ce4, quello degli imprenditori camorristi Michele e Sergio Orsi. Secondo quanto racconta Catenacci, però, la decisione di far trattare il percolato dai depuratori campani fu preso proprio contro i clan. Lo smaltimento, che avveniva (e avviene tutt’ora a Lamezia Terme) costava allo Stato tra i 4 e i 6 milioni di euro l’anno. E sull’affare, racconta l’ex prefetto, si erano fiondati il clan napoletano dei Pellini di Acerra e la cosca Mancuso di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia.

 

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